About this blog
Blog personale di Andrea Franzoni, classe 1986, aspirante giornalista, studia a Verona e risiede a Brescia. Attivo dal 2004 nella rete
Il materiale pubblicato è di norma prodotto da Andrea Franzoni e può essere pubblicato liberamente con citazione alla fonte a patto non venga utilizzato per scopi prettamente commerciali.
Nella colonna di destra è presente il sommario degli articoli principali, mischiati nella colonna centrale con segnalazioni, link, brevi pezzi quotidiani. Per ogni contatto, abuso, segnalazione, reclamo, consiglio, proposta, Manda una mail all'autore.

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A.F.


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Sommario

Georgia, la rosa mai sbocciata La Giorgia fa ora parte del blocco occidentale ma la vera democrazia, quella cioè che nasce e si sviluppa in un fermento popolare per tutelare gli interessi della collettività ed un reale benessere generalizzato, è comunque lontana.

Congo: Un Darfur silenzioso Anche L’esercito regolare congolese si prepara all’offensiva militare contro i ribelli tutsi, già sottoposti alla pressione delle milizie hutu, peggiorando la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani sulla scia di vecchi conflitti economici ed etnici.

Se l'omosessualità è una schiavitù genetica Anche se cambiano le forme, gli atteggiamenti e le giustificazioni, l’unico problema di fondo rimane quello di continuare a considerare l’ “errore” un errore.

Origini e Fallimenti della Ricchezza come Linguaggio per il Prestigio Sociale L’uomo, sentendo il bisogno di affermarsi e di trovare un senso di fronte ai molti in un’epoca in cui è perfettamente intercambiabile, ha sostituito il concetto di valore legato all’altruismo ed all’empatia con il linguaggio svuotato della ricchezza...

La fine delle favole sulla bontà degli antidepressivi Secondo l'FDA gli antidepressivi aumentano le tendenze suicide, almeno fino ai 24 anni. Viaggio nei dubbi che minano l'utilizzo allegro di psicofarmaci

Oltre via Sarpi: La morte delle comunità e dei centri urbani Si chiama Riqualificazione: la vita ed il conflitto vengono asportati dal centro della città, morente, per lasciare spazio agli uffici, alle vetrine di lusso, a città semi-fantasma con orario da ufficio, alle cattedrali del consumo ed alle speculazioni

Arabia Saudita, il ponte dell'impresentabile pace tra USA e Iran Urge un cambio di strategia, un nuovo corso che preveda, dietro alla contrapposizione di facciata, un lavoro di diplomazia e realismo per scendere a patti con i "nemici" in Iran Sudan e Palestina

Se non mangi questa minestra.. Stato-tutore, cittadini in castigo «Bisogna trovare un punto di equilibrio tra le responsabilità degli individui e quelli dei governi e delle società. Non è accettabile lasciare che gli individui siano i soli responsabili per la loro obesità»

Capire la macroeconomia al dispenser dei chewing gum Dietro l'apparente libertà di scelta di chewing gum e prodotti da distributori automatici, il monopolio di un'azienda multinazionale con produzione delocalizzata

Usa Iran nemici-amici per l'unità degli sciiti Gli Stati Uniti sterminano una setta sciita nemica di Teheran: sono stati manipolati, o spartiscono il potere con l'Iran in vista di un compromesso?

Somalia: Un altro Bush per affossare le speranze Gli Stati Uniti hanno trovato forse una soluzione per provare a raggiungere i loro obiettivi senza sporcarsi pubblicamente le mani: dopo l’intervento pilotato dell’Etiopia, l’intervento eterodiretto di un’Unione Africana armata, imboccata e schierata sul campo per procura americana, per sostenere l’ennesimo governo fantoccio

Devono pagare le distruzioni di Israele: Libanesi in saldo, l'Italia aspetta il suo boccone Il Libano scende in piazza in questi giorni contro il “Club di Parigi”, gruppo di potenze economiche che concedono dal 1956 ingenti prestiti ai governi del sud del mondo chiedendo, in cambio della diluizione del pagamento degli interessi sull'enorme debito estero, privatizzazioni favorevoli, deregolamentazioni dell’economia, privilegi e concessioni politiche.

Cronaca nera: Anima terapeutica e deriva disgregatrice La “Cronaca nera”, che tanto riempie i nostri telegiornali, non ha mai nulla di reale da insegnarci. Essa ha lo scopo di rassicurare lo spettatore scioccato da un crimine inspiegabile e quindi potenzialmente indiscriminato. Le nostre menti quindi banalizzano e costruiscono un mostro senza fatica, ma allo stesso tempo creano pregiudizi, esclusione, sospetto, divisione.

Somalia: Una grande occasione persa Mentre le Corti Islamiche svaporano, e i loro membri tornano a mimetizzarsi per sopravvivere tra le bande mafiose che con una mano gestiscono il traffico d’armi e di rifiuti tossici o la fiorente attività piratesca e con l’altra lanciano alla metà sciocca e democratica del mondo il biscottino della presunta “lotta agli integralisti islamici” si chiude la “nostra” ultima occasione persa per capire e per guadagnare il rispetto della Somalia.

Palestina: Hanno ucciso la democrazia Il presidente Abu Mazen (Fatah) ha annunciato elezioni anticipate in Palestina: si conclude così lo sforzo di Israele, Unione Europea e Stati Uniti per boicottare (sulla pelle dei palestinesi) la democrazia palestinese.

Welby e suicidio assistito: Tanto rumore per nulla la vicenda di Welby non richiede né alti struggimenti etici né dissertazioni teologiche: sono spesso più delicate e discutibili molte liti di condominio.

Disegnare un nuovo Libano suicidando Hezbollah Capire la parabola di Hezbollah dal 2005 ad oggi attraverso l’omicidio Hariri, la guerra contro Israele e la recente morte dell’anti-siriano Pierre Gemayel, può aiutare ad aprire nuovi punti di vista sulla questione libanese.

Cina: La globalizzazione ha partorito il suo mostro E’ la Cina, oggi, la forza che sta emergendo paradossalmente grazie al sistema neo-liberista occidentale e che promette, grazie ad esso, di dominare nel futuro la scena mondiale.

Afghanistan: E adesso ammazzateli tutti. Il sostegno popolare di tutte le forze che contestano gli USA aumenta mentre la Nato spara nel mucchio.

Psichiatria e Religione: Nuovi orizzonti dell'omologazione. La forza moralizzatrice della psichiatria colmerà il vuoto di potere lasciato dall'etica religiosa?

Classificazione delle droghe: La scienza non c'entra. Secondo una commissione parlamentare inglese sono troppe le interferenze politiche e culturali.

Sardegna: Briatore, Soru e il "colonialismo vacanziero", il turismo di lusso si ribella alla tassa contro i super ricchi.

Guerra e immagini forti: L'autocensura dei media è politica, Furio Colombo spiega perchè non mostrare i volti delle vittime innocenti se "arabe".

-India, Pakistan, Iran: L'incoerenza USA sul nucleare, il sostegno a due potenze illegali vanifica ogni pretesa di vincolare l'Iran

-Libano: L'occidente e gli "sforzi per la pace"la farsa annunciata della Conferenza di Roma e il reale immobilismo della "Comunità internazionale"

-Il sionismo italiano invoca la soluzione finale, l'attacco al Libano nei proclami dei sionisti italiani 

-Bombay: Bombe sull'integrazione asiatica, come l'attentato ai treni può avvicinare India e USA

-Dl Bersani: Pericoli e chimere del farmaco al supermercato, regalo ai consumatori o alle lobby e all'industria farmaceutica?

-Palestina: L'ennesimo acquazzone che fa traboccare il vaso, l'invasione vile e spropositata della Striscia di Gaza

-D'Alema: Meglio la democrazia che la democrazia in Palestina, il vice-premier e la vittoria di Hamas

-Accesso alle cure: WTO responsabili di un eccidio quotidiano, i brevetti sui farmaci essenziali alla prova nel Terzo Mondo

-Pain Ray- Il Raggio del Dolore, l'arma "non letale" che vuole rivoluzionare le regole di ingaggio

-L'11 settembre il Cavallo di Troia dell'informazione alternativa? l'evoluzione dell'informazione alternativa in rete

-La sinistra europea bocciata alla prova Sud America, Morales fa arrabbiare i "progressisti" del vecchio mondo

-Iraq: Quali forze reggono i fili della guerra civile? misteriose entità spingono l'Iraq nel baratro della violenza etnica

-Ecuador: indigeni in rivolta contro il neoliberismo di Washington, l'opposizione degli indio ai Trattati di Libero Commercio e alla globalizzazione selvaggia

-Valutare i politici: Il valore della risposta pertinente, la politica tra la demagogia, la propaganda e l'inconsistenza delle idee

-Aviaria: Storia del figlio illegittimo degli allevamenti industriali, gli allevamenti intensivi sono l'incubatrice ideale per futuri virus letali?

-USA: Rumsfeld auspica la creazione del Ministero della Propaganda, la guerra si evolve inquinando l'informazione

-Nigeria: Cos'hanno a che fare le vignette con l'ondata di violenza? la corsa pilotata al petrolio dietro le violenze

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sabato, 16 febbraio 2008

di Andrea Franzoni

Uno dei leader di Hezbollah salta in aria, a Damasco, nella sua auto imbottita di esplosivo. Un oligarca georgiano nemico della nuova classe politica filo occidentale muore a Londra improvvisamente, a 52 anni, di “morte naturale” in circostanze poco chiare.

Chi ha ucciso Imad Mughnieh, il comandante militare di Hezbollah, protagonista della guerra nel sud del Libano invaso nel 2006 da Israele e dell’opposizione politica al fragile governo incostituzionale del filo-occidentale Fuhad Siniora? E chi ha ucciso Badri Patarkatsishvili, l’uomo più ricco della Georgia ed oppositore più volte minacciato dal governo di Mikhail Saakashvili, il “nuovo che avanza” che grazie alla “Rivoluzione delle Rose” ha aperto la repubblica georgiana alla civiltà, all’occidente, ai diritti, alla NATO, alle privatizzazioni?

La mente non può che tornare a due eventi recenti e assolutamente simili che tanto avevano coinvolto gli italiani, forgiandone la visione della politica internazionale. Da una parte l’omicido di Rafiq Hariri, il tycoon libanese nemico di Iran e Siria morto tre anni fa in un attentato a Beirut che tanto sdegno nei confronti dei mandanti designati, e cioè l’alleanza Hezbollah-Siria-Iran, suscitò nel mondo ed anche in Libano (tra l’altro compromettendo in parte il successo politico di Hezbollah). Dall’altra la lenta morte di Livtinenko, sconosciuto dissidente russo nemico di Putin e coinvolto in reti e trame oscure, intossicato dal polonio e spentosi a Londra in maniera drammatica per colpa, nell’immaginario, della lunga mano sovietica dell’ex capo del KGB Vladimir Putin.

All’epoca l’attenzione dei media dell’opinione pubblica era stata forte, e caratterizzata da un forte coinvolgimento anche emotivo. Un’ostilità viscerale si era infatti diffusa portando pensionati, studenti, casalinghe, ad indignarsi ed a associare a Hezbollah e a Putin barbarie, vigliaccheria, autoritarismo, rifiuto della civiltà e delle forme più basilari di etica. Le vittime di questi attentati e tutte le forze che si opponevano ai sopraccitati “cattivi” erano, al contrario, diventati paladini della civiltà e dei diritti ottenendo un sostegno politico ampiamente giustificato dal comune sentire.

Per coerenza, eventi apparentemente speculari come le recenti morti di Mughnieh e di Patarkatsishvili dovrebbero suscitare almeno un sussulto. Forse la superiorità morale e culturale sulla quale Israele e la nuova Georgia hanno costruito simpatia e sostegno internazionale, togliendo nello stesso tempo ogni voce in capitolo a Hezbollah o alla classe politica più vicina a Putin, potrebbe non essere tale? Ed in quel caso, eliminate le barriere etiche legate alla fantasiosa opposizione tra barbari sadici e verginelle, sarebbe il caso di affrontare le questioni internazionali con meno certezze, meno senso di militanza e meno sostegno incondizionato a certi personaggi? Sarebbe il caso di valutare i contenuti, le richieste, le possibilità di dialogo, invece che fermarsi dietro ad un’infantile visione del bene e del male?

Il caso Mughnieh

In realtà, per evitare ogni forma di possibile interruzione del flusso di opinioni e suggestioni che quotidianamente giustificano la visione popolare della situazione internazionale, le due notizie sono state distorte o per nulla evidenziate. La morte del comandante di Hezbollah non sarà mai trattata come il possibile omicidio di un personaggio scomodo da parte di agenti israeliani o da parte di settori della politica libanese più conciliante con gli interessi geopolitica, economici e simbolici dell’occidente.

«Non sappiamo chi sia stato, ma di certo il mondo senza Mughnieh è un posto migliore – ha spiegato Sean Mc Cormack, portavoce del Ministero degli Esteri americano – In un modo o nell’altro giustizia è stata fatta» (1). Mughnieh era certo un comandante paramilitare, tra l’altro numero uno tra i ricercato dagli Stati Uniti, prima dell’esplosione del fenomeno Bin Laden, per diversi attentati (anche all’estero) legati ai conflitti che hanno insanguinato il Libano negli ultimi decenni. Ma la possibilità che Israele o qualche zelante alleato sia il colpevole non può nemmeno essere pronunciata: come metterne in discussione l’evidente superiorità morale? E’ così che la notizia principale, riportata dalla stampa e richiesta dall’opinione pubblica, non è stata la possibilità che qualcuno vicino all’occidente (sostenuto pubblicamente perché minacciato dell’irragionevolezza di selvaggi radicali) si sia sbarazzato di un avversario politico con un’autobomba, ma è stata la dichiarazione di Nasrallah, capo del partito Hezbollah. «Il capo di Hezbollah minaccia Israele» ha titolato l’Associated Press. Nasrallah, per la cronaca, ha detto di considerare questo atto un atto di guerra aperta da parte di Israele ribadendo che, di fronte a provocazioni simili, Hezbollah non si tirerà certo indietro. Cioè quello che dice abitualmente e ragionevolmente (se non altro per non alienarsi il consenso interno) il governo israeliano, o qualsiasi vittima di un atto terroristico.

Il caso Patarkatsishvili

Destino simile ha avuto la notizia della improvvisa morte di Badri Patarkatsishvili, 52 anni, attribuita a circostanze naturali e contestata dagli amici viste anche le numerose minacce ricevute dal magnate georgiano. Badri Patarkatsishvili era l’uomo più ricco di Georgia. Amico di Eltsin, “Badri” era divenuto ricchissimo negli anni delle privatizzazioni. Si vantava di avere aiutato Putin nella sua carriera politica, prima che lui si rivelasse ostile nei suoi confronti, ed era il miglior amico di Boris Berezovsky.

Tornato in Georgia, era diventato un oppositore dell’allora presidente filo-russo Sheveradze. Proprietario e direttore della televisione IMEDI, uno dei principali canali dell’opposizione, "Badri" aveva condotto campagne volte a screditare Sheveradze ed era stato tra gli ispiratori della Rivoluzione delle Rose che aveva portato al potere il filo-occidentale Saakashvili sostenuto politicamente ed economicamente dagli Stati Uniti, dalla fondazione Soros, dalla Albright. Una volta al potere Saakashvili (che aveva vinto le seconde elezioni con il 96% delle preferenze, dopo aver perso la prima volta ed avere condotto le proteste di piazza denunciando brogli e autoritarismo) aveva effettivamente adottato una politica liberale in campo economico e si era avvicinato all’occidente pur nelle difficoltà dovute alla dipendenza dal petrolio Russo.

Nell’inverno 2007, tuttavia, le politiche corrotte e giudicate insoddisfacenti del governo avevano portato “Badri”, evidentemente insoddisfatto del suo ruolo nella gestione della “nuova” Georgia, a capeggiare nuove manifestazioni di piazza per contestare Saakashvili. A queste manifestazioni, che avevano unito i “liberali” e filo-occidentali insoddisfatti ai filo-russi, il presidente sostenuto dall’Unione Europea e dagli Stati Uniti Saakashvili aveva risposto chiudendo IMEDI TV (nel frattempo venduta da “Badri” a Murdoch) e i media dell’opposizione, caricando i manifestanti, dichiarando lo stato di emergenza e sospendendo i diritti nel sostanziale silenzio dell’occidente (3). Saakashvili aveva quindi indetto elezioni anticipate, alle quali si era candidato anche “Badri”. Le elezioni, caratterizzate da una campagna elettorale svoltasi in clima da stato di emergenza, e monopolizzata dai mezzi di informazione degli oligarchi vicini al governo, avevano visto Badri Patarkatsishvili accontentarsi però solo di un misero 6%. Fu in quel periodo che il ministro della Difesa del governo Saakashvili riferì a IMEDI TV addirittura di un piano del governo per uccidere Badri Patarkatsishvili (e fu poi convinto a ritrattare). Continuamente minacciato, “Badri” era stato anche accusato dal governo di aver organizzato un colpo di stato ed era definitivamente scappato a Londra dove sarebbe morto, appunto, in circostanze misteriose al vaglio di Scotland Yard.

Secondo il suo portavoce Rati Scartava, “Badri” «non é sopravvissuto alle false accuse recentemente avanzate contro di lui (evasione fiscale e tentato colpo di stato, ndr). La macchina dello stato lo ha combattuto e il suo cuore non ha retto». Secondo altri il coinvolgimento della Georgia potrebbe anche essere diretto. “Badri” aveva più volte denunciato minacce, ed aveva denunciato secondo il quotidiano londinese Evening Standard le prove di un progetto di attentato da parte del governo georgiano nei suoi confronti. Indipendentemente dalle circostanze della morte, la vicenda è interessante perchè mostra i retroscenda della scintillante leadership filo-occidentale che tanto ha entusiasmato i commentatori nostrani ubriacati dagli slogan della pacifica "Rivoluzione Colorata".

Secondo La Stampa, tuttavia, il colpevole potrebbe essere un altro. «Muore il nemico di Putin» è il titolo. “Badri”, infatti, sarebbe un personaggio scomodo per Putin perché, essendo stato un sostenitore della prima ora di Putin, sarebbe in possesso di retroscena potenzialmente destabilizzanti, a due settimane dalle elezioni russe(nelle quali Putin, tra l’altro, non si è candidato), e quindi per questo potrebbe essere stato eliminato. Un modo per distogliere l'attenzione, che molti hanno evitato semplicemente non dando attenzione alla notizia, focalizzandola sul cattivo per antonomasia?

°°°

Se davvero volessimo onorare quei valori e quell’etica del quale dalle nostre parti ci si fregia continuamente, dovremmo sottoporre per primi noi stessi, i nostri rappresentanti, i nostri alleati, a controlli ed a indagini severe. La coalizione di stati che pretende di rappresentare nel mondo ciò che è civile, morale, evoluto, dovrebbe come prima cosa operare una pulizia interna per potersi definire come tale, e magari risultare minimamente convincente per chi vive dall’altra parte della barricata.

In realtà, la supposta superiorità culturale è sempre più spesso un’arma figlia della propaganda di chi non stenta a violare i più basilari diritti, o che copre i suoi alleati che lo fanno. Uno strumento nelle mani di un pragmatismo che dovremmo avere il coraggio di riconoscere come tale.

Ogni forma di dubbio viene però annegato in una visione romanzata, militante, ingenua eppure diffusamente accettata.

Proprio questo atteggiamento, evidente in casi come quelli sopraccitati, ci dovrebbe far pensare che forse non abbiamo poi tanta civiltà, tanta vera democraticità e tanta superiorità morale da esportare. O che almeno, per cercare di risultare convincenti, sarebbe prima meglio fare pulizia in noi stessi.

Andrea Franzoni

(1)
http://news.bbc.co.uk/1/hi/world/middle_east/7244072.stm
(2) http://ap.google.com/article/ALeqM5io5o7HAtI7mmO0Cz0gCQA9-xZCoAD8UQ4KJ80
(3) http://www.luogocomune.net/site/modules/news/article.php?storyid=2196
(4) http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/esteri/200802articoli/30127girata.asp

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postato da: Mnz86 sabato, 16 febbraio 2008 |
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Skepsis: Sfumature, demistificazioni e dubbio metodico

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venerdì, 07 dicembre 2007

di Andrea Franzoni

Lavorare di più per guadagnare di più. Con l’avvicinarsi della slavina di spese natalizie, il presidente francese Sarkozy ha colto l’occasione per riproporre il prolungamento della giornata lavorativa anche grazie alla detassazione delle straordinarie per favorire progresso, sviluppo e consumi. Un prurito, quello per l'aumento delle ore lavorate grazie a soppressione di ponti e festività, alla trasformazione delle assenze giustificate con permessi in giorni di ferie o all’aumento della giornata lavorativa, che attraversa l’Europa da diversi anni.

Gli anni ’90, con le proposte di riduzione dell’orario lavorativo che in Francia e in Germania aveva portato alle 35 ore settimanali, sembrano lontani anni luce. Lontani quanto le speranze di liberazione dal lavoro salariato (si intende una netta riduzione dell'orario lavorativo), alienato, spesso sempre più ripetitivo astratto ed umiliante, che la tecnologia aveva suscitato nei periodi passati di crescita ed ottimismo, di bambini legati al telaio e di operai sfruttati in nome del capitalismo come del comunismo reale. Se la produttività negli ultimi decenni è aumentata costantemente, rendendo possibile la fabbricazione di manufatti di migliore qualità (e potenzialmente di maggior durata) in meno tempo e con meno personale, non altrettanto è successo infatti alla quantità (e alla qualità) di “tempo libero” da dedicare alle attività profondamente gratificanti.

1.

Gli spazi dedicati allo svago si sono andati al contrario assottigliando, e si sono trasformati in un semplice momento di consumo della merce e dei servizi prodotti in eccesso perdendo quindi in genuinità. La soddisfazione dei bisogni profondi, ed il successo del proprio tempo libero come delle relazioni interpersonali, è percepito come proporzionale al numero di merci e di esperienze concentrate che si è in grado di acquistare, e sta alla base della necessità di trascorrere al lavoro la maggior parte della giornata. Essendo tuttavia la soddisfazione attraverso la merce non soddisfacente in maniera definitiva, il meccanismo continua a lavorare appieno, e ad ogni aumento della produttività corrisponde un uguale aumento del desiderio di riempitivi inutili, che contribuiscono a far girare l’economia e ad aumentare il Prodotto Interno Lordo oliando l’idea di progresso e di miglioramento delle condizioni di esistenza. Nel frattempo, il lavoro spiacevole genera insoddisfazione da colmare, piuttosto che con la riduzione del lavoro stesso, nel consumo.

Continuando a seguire il dogma della crescita economica, si è sviluppato quindi un sistema che ha ampliato i consumi a dismisura costringendo i lavoratori, a dispetto del miglioramento dei processi produttivi, a spendere la maggior parte delle proprie esistenze nel lavoro, offuscando la necessità di una loro liberazione per la concreta realizzazione delle esigenze dell’individuo. I lavoratori percepiscono un’insoddisfazione legata alla propria vita lavorativa, ma continuano a credere di poter trovare la felicità attraverso ciò che saranno in grado di acquistare con il salario percepito. L’idea di dover diminuire i consumi di merci inutili (in realtà una semplice necessità legata allo smaltimento della merce prodotta) li turba, e piuttosto che mettere in discussione questo sistema è preferibile mantenere il carico di lavoro invariato, o addirittura permetterne un aumento nonostante esso sia il principale inquinante ad una vita serena e le strategie di soddisfazione siano solo un suo momento complementare.

Certo esistono, all’interno della società, forti disuguaglianze che spingono oggi molte persone a dover realmente annaspare per arrivare alla fine del mese. Per essi il dolore è ancora maggiore, visto che l’impossibilità di partecipare alla giostra del consumo e dello spreco, unica forma proposta di soddisfazione, crea ulteriore frustrazione. Per loro, come per gli altri, è auspicabile un percorso di liberazione, sempre più lontano.

2.

Ma come è stato possibile che l’aumento della produttività (prodotti realizzati in un determinato tempo) non abbia portato ad una diminuzione naturale degli orari e dell’impegno lavorativo?

Prendiamo un esempio qualsiasi, come un paio di calzini. Consideriamo il tempo necessario per la produzione, agli albori dell’industria di fabbricazione dei calzini, in 10 minuti di lavoro di un operaio, e consideriamo come condizione di partenza una grave carenza generale di calzini (cioè molte persone non avevano nemmeno un paio di calzini).

In breve tempo, tutti possedettero un paio di calzini (mercato saturo). Non solo: grazie ai miglioramenti dell’industria, l’operaio era divenuto in grado, da solo, di produrre in 10 minuti 2 calzini (e non più uno soltanto). Si sfiorò la “tragedia”: se nessuno avesse più comprato calzini, l’operaio della fabbrica di calzini sarebbe stato costretto a ridurre il proprio orario di lavoro, e con lui gli operai delle altre industrie che avevano saturato il mercato, oppure tutti sarebbero stati costretti a spostarsi sui settori in momentanea espansione, saturando ben presto anche questi mercati e riuscendo a soddisfare comunque tutte proprie esigenze, ma con un orario di lavoro salariato progressivamente inferiore e più tempo per lo svago: ozio, creatività, gioco, sessualità, lavoro di artigianato per sé o per assecondare una reale passione, comunicazione e creazione di legami e contatti umani, attività politica, viaggio.

Il problema principale dei produttori (all'epoca chiamati capitalisti), dei cultori del progresso del Prodotto Interno Lordo e del proprio arricchimento personale (numerico e astratto, relativo al disagio degli altri), divenne quello di riuscire a piazzare il proprio prodotto benché inutile. Puntualmente, la gente fu portata (i guru del marketing rivendicano con orgoglio la capacità di generare domanda) a sentire il bisogno fondamentale di possedere molte paia di calzini: chi aveva molto denaro, infatti, lo utilizzava per comprare molte paia di calzini di differenti colori differenziandosi dagli altri e comunicando in questo modo il proprio successo, il proprio stile, la propria superiorità e quindi felicità. Si costruì, attraverso la società dello spettacolo, un’immagine del vincente non come di colui che godeva e metteva a frutto il proprio tempo libero, che eccelleva nelle arti o nei rapporti umani, ma come di colui che possedeva più paia di calzini. Per stare bene – qualcuno diffuse questa voce - era come minimo necessario (e perché no, sufficiente) possedere molte paia di calzini, preferibilmente alcune in più del vicino. La tragedia fu che le persone cominciarono a crederci.

In qualche anno tutta la popolazione fu però in grado di acquistare un numero potenzialmente infinito di calzini. L'operaio addetto ai calzini, infatti, era ora in grado di produrre ben 5 calzini in 10 minuti e per di più tutti già possedevano dozzine di calze lunghe, corte, di lana, di spugna, di cotone. Si ripropose il vecchio corto circuito: operai liberi, riduciamo le ore di catene e lavoro?

La comunicazione salvò il sistema. I calzini, furono infatti caricati di nuovi significati, da una parte dal marketing in grado di conoscere e manipolare esigenze più segrete e sogni fabbricando nuovi bisogni, e dall'altra dall'adesione delle nuove generazioni affascinate da questo linguaggio nuovo fatto di illusioni e di promesse roboanti di colmare i loro vuoti “esistenziali” con merci nuove. Esauriti dal lavoro, tutti trovarono interessante ed efficace il nuovo linguaggio comunicativo basato sui prodotti e sugli stili: proprio gli oggetti che, tenendoli incatenati per ore a lavori non proprio esaltanti, avevano ammazzato la comunicazione genuina, il contatto, il tempo passato insieme.

Si sviluppò il concetto di moda: la gente fu portata a spendere per i propri calzini molto più del costo di produzione sfamando tutti i settori complementari come la comunicazione, la distribuzione, il ceto impiegatizio connesso a questa circolazione di merci e alla complicazione del sistema. Fu sviluppato anche il concetto di “obsolescenza programmata”, cioè il freddo calcolo svolto dai produttori che determinano per quanto tempo un prodotto sarà “di moda” e quando diventerà obsoleto (non tecnicamente quanto a livello di gusto e significati). Fu rivisitato il concetto di gusto, costruzione tradizionalmente opera delle nobiltà per differenziarsi dagli arricchiti, incoraggiando la creazione di stili dinamici sempre allo scopo di aumentare la domanda per assorbire completamente la produzione.

Produzione da cui dipendono in molti. Per un operaio addetto ai calzini, magari un bambino indiano o una ragazza madre di Prato, ci sono persone che fabbricano le strutture, persone che trasportano la merce, intermediari e grossisti, produttori di camion e di carburanti, contabili, ispettori tributari, giudici e avvocati per le cause eventuali, pubblicitari, impiegati di vario genere, addetti al personale, negozianti, commesse e magazzinieri. Lavori tra l'altro spesso non così gratificanti.

Ma non solo. Ci sono gli azionisti, le famiglie di risparmiatori, gli investimenti dei fondi pensione, e tutte le categorie legate alla rendita, cioè a vivere sulle spalle del lavoro delle altre persone. Più merce si vende, e più essa costa, più questi passaggi vengono retribuiti e più queste persone riescono a percepire un salario sufficiente per comprare il maggior numero di calzini. E c'è chi dice che questo sistema è il più efficiente.

Questo continua a generare dei grandi paradossi.

3.

Si porta la moglie a cena fuori, per passare un po' di tempo con lei, per passare una serata –insieme- diversa dal solito grigiore, per “celebrare” qualcosa. E per fare questo, si passa la mezza giornata successiva fuori casa, al lavoro, a litigare con numeri ed email, per guadagnare il denaro necessario e magari tornare a casa nervoso, intrattabile, tanto stanco da non saper fare altro che sedersi davanti al televisore. Si fanno le straordinarie per comprare un regalo al figlio, per vedere i suoi occhi illuminarsi, per recuperare tutte le ore che non si è stati con lui, quando magari quello di cui aveva più bisogno, nel suo intimo, era di stare un'ora a giocare, ad ascoltare una storia, a tagliare l'erba con il proprio genitore. Si passa in coda qualche mezz’ora, per comprare un paio di calze (ce ne sono di centinaia di colori, fantasie, spessori, marchi) alla propria moglie o fidanzata, per comunicarle attraverso esse attenzione.

Nonostante un aumento della produzione le ore lavorative sono da molti anni le stesse, ed anzi ultimamente la tendenza è diventata quella di aumentarle. Un paio di anni fa, con una Italia con crescita allo 0,3, l’allora Primo Ministro Berlusconi invitava gli italiani fannulloni a rinunciare ad un paio di ponti festivi per portare il PIL ad un più dignitoso + 0,4%.

Anche se i lavoratori sono stati spostati dalle fabbriche e dai campi al terziario, dove spesso si consumano in impieghi ed ambienti ancor meno stimolanti, la situazione di disagio non è diminuita. Di pari passo con il crescere della frustrazione e dell'alienazione, i legami interpersonali sono diventati sempre più fragili, nervosi e ricoperti da croste di merci; le fonti di gioia e svago sono state sempre più convogliate su canali “mercantili” diventando soltanto altre fonti di reddito, perdendo spontaneità e calore; l'agire individuale è divenuto sempre meno ragionato, meno personale, e sempre più conformato alle logiche irrazionali del consumo; un senso generale di spossatezza, di insoddisfazione, di apatia, ha avvolto le persone portandole a cercare gioia in esplosioni parzialmente controllate, nel sogno di “fare follie”, o nella depressione e nel disagio. La malattia non è un sintomo di disagio e stress, e quindi di indebolimento del sistema immunitario o reazione somatica, ma un imprevisto che non si può nemmeno curare e lasciar decorrere, ma che va rintuzzata fino ad un livello che ci permetta di continuare a lavorare.

4.

Certo sono lontani i tempi in cui si credeva che il progresso, la crescita e la tecnologia, avrebbero liberato l'uomo dal lavoro spiacevole. Un uomo che, oggi, non è quasi più nemmeno in grado di concepire una reale liberazione, tanto il linguaggio della merce ha plasmato il suo modo di percepire le cose. Mentre le disuguaglianze aumentano, e le esigenze dell'economia si mischiano con quelle di chi è inghiottito dalla ruota dello sprecare sempre più denaro e di chi, al contrario, annaspa con un mutuo sempre più alto da pagare, con una casta di finanzieri e broker da nutrire, lo svago si riduce. I prestiti facili spingono a spese eccessive, ed i finanziamenti si accumulano. C’è da lavorare per saldare il debito pubblico che qualcuno pretende e ci sono molte pensioni da pagare, visto che la gente tende ad essere stanca e si impunta per non lavorare più a lungo, anche se spesso dopo non ricorda bene che fare.

Nessuno prova più a dire che si potrebbe razionalizzare il denaro, liberare sé stessi e gli altri dal lavoro, ricercare la genuinità ed i rapporti umani, riportare l’ozio e la creatività al centro del godere umano. Tutto ciò che ci viene suggerito è di continuare a correre, ed anzi di accelerare.

D’altra parte ci sono da fare i regali di Natale..

Andrea Franzoni (Mnz86)

andreafranz86 AT bresciaonline.it

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postato da: Mnz86 venerdì, 07 dicembre 2007 |
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Skepsis: Sfumature, demistificazioni e dubbio metodico

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Georgia, la rosa mai sbocciata Congo, un Darfur silenzioso Se l'omosessualità è una schiavitù genetica Il fallimento della ricchezza come linguaggio del prestigio sociale La fine delle favole sulla bontà degli antidepressivi La morte delle comunità e dei centri urbani Arabia Saudita, il ponte dell'indicibile pace tra USA e Iran Se non mangi questa minestra.. Stato-tutore, cittadini in castigo Capire la macroeconomia al dispenser dei chewing gum Usa Iran nemici -amici per l'unità degli sciiti Un altro Bush per affossare le speranze della Somalia Devono pagare le distruzioni di Israele: Libanesi in saldo, l'Italia aspetta il suo boccone Cronaca nera: Anima terapeutica e deriva disgregatrice Somalia: Una grande occasione persa Palestina: Hanno ucciso la democrazia Welby e suicidio assistito: Tanto rumore per nulla Cina: La globalizzazione ha partorito il suo mostro Pakistan, India, Iran: L'incoerenza USA sul nucleare 11 Settembre: non è stato Bin Laden Dossier ADHD: giù le mani dai bambini




sabato, 10 novembre 2007

Nel 2003, in Georgia, decine di migliaia di persone scendevano in piazza con bandiere e striscioni e rovesciavano il governo di Shevardnadze, “uomo forte” filo russo (amico di Gorbachov), che deteneva il potere praticamente dallo scioglimento dell’Unione Sovietica. Con l’accusa di aver truccato le elezioni, e facendo leva sull’insoddisfazione della popolazione, un gruppo di “ragazzi coraggiosi” spuntati da chissà dove dava voce ai desideri di libertà di una popolazione oppressa. Forti della simpatia suscitata nel mondo libero, forti del supporto della comunità internazionale, i rivoluzionari non violenti riuscivano a costruire scientificamente una protesta pacifica e determinata occupando per giorni le piazze principali.

 

Leader della protesta un gruppo di giovani politici ed attivisti educati negli Stati Uniti e completamente votati al credo occidentale. In pochi anni, questi abili cavalli di Troia erano riusciti a creare dal nulla un movimento articolato ed organizzato conquistando l’appoggio della popolazione. Alle loro spalle, nell’ombra e talvolta tragicamente mossi dalle migliori intenzioni, i soldi ed i consigli di decine di fondazioni e organizzazioni non governative finanziate dagli stati occidentali impegnate nella tutela dei diritti umani, nell’apertura dei mercati, in un certo tipo di cooperazione per il presunto sviluppo dei paesi poveri, nella promozione delle libertà di stampa e di espressione (1).

 

I rivoluzionari non violenti avevano scelto, come il marketing insegna, slogan, merchandising ed un logo (la Rosa). Fondazioni americane avevano tradotto e stampato testi sul rovesciamento non violento che si rifacevano a Gandhi, al Maggio francese, ai diritti umani, che loro avevano distribuito ed adottato. Altri avevano stampato con entusiasmo giornali ed avevano organizzato seminari di educazioni alla democrazia. Molti altri avevano preparato il terreno denunciando al mondo stagnazione economica, corruzione, scarsa democraticità, violazioni dei diritti fondamentali. Altri avevano accolto i ragazzi nei loro uffici di Washington, avevano promesso aiuti, avevano presentato i ragazzi serbi che avevano scalzato seguendo lo stesso copione Milosevic ed avevano costruito un movimento studentesco, Kmara, che avrebbe reclutato sostenitori tra i giovani. Altri ancora avevano promesso ricchezza, anticipato denaro, sbandierato benessere e prosperità per tutti.

 

Sarebbe bastato rovesciare il corrotto governo filo russo, introdurre reale democrazia e diritti civili, ed autorizzare l’irruzione del libero mercato e della società dello spettacolo e del consumo occidentale.

 

Dalla folla trascinata in piazza e ricoperta di speranze e di merchandising, tra ragazze che danzavano e lanciavano fiori colorati ai militari imberbi del regime e gente comune, era emerso Mikhail Saakashvili. Poco più che trentacinquenne, il figlio di una famiglia della vecchia intelligentsia si era specializzato negli Stati Uniti costruendo un’immagine di amico dell’occidente e dei diritti umani. Reclutato a New York, era stato catapultato ai livelli più alti della politica georgiana. Già nel 1997 era stato definito uomo dell’anno da “una giuria di giornalisti e sostenitori dei diritti umani”, e si era trovato nel governo di Shevardnadze. Poco dopo ne era però uscito, denunciando corruzione e fondando la nuova opposizione. Che, grazie ai molti amici, lo avrebbe portato a vincere con percentuale bulgara le elezioni del 2003.

 

Da quaggiù, quasi tutti avremmo adottato l’etichetta di rivoluzione colorata, rivoluzione delle Rose. E ci saremmo emozionati, pensando a questi ragazzi belli come in un video musicale che si ribellavano, che chiedevano in maniera non violenta libertà, democrazia, benessere, uguaglianza, diritti umani. Avremmo parlato di risveglio, di fermento democratico, quando quello che avevamo di fronte era un movimento eterodiretto, manipolato, il semplice utilizzo di ideali e citazioni svuotate a scopo di propaganda imperiale. Una forma di controllo, di espansione dell’influenza occidentale, semplicemente più subdola ed attuale del vecchio rovesciamento dei regimi, ma ancora più efficace perché capace di raccogliere e orientare tutti i desideri e la forza vitale delle popolazioni, piuttosto che reprimere ed imporre dittatori.

 

Le conseguenze di questa manovra magistrale di conquista e controllo del potere sono oggi davanti ai nostri occhi, ora che i fumi rivoluzionari e radical chic si sono diradati e la rivoluzione ha perso colore. Ad essere contente non sono le decine di migliaia di persone che scesero in piazza, e che in parte sono tornate per strada in questi giorni accolti dai proiettili di gomma dei soliti militari, stavolta al soldo del nuovo corso filo occidentale, democratico, liberista, sostenitore dei diritti umani, che ha –dichiarando lo stato di emergenza- sospeso ogni garanzia costituzionale.

 

Ad essere soddisfatti sono i soliti poteri forti, che hanno avuto la loro fetta. I leader della rivoluzione hanno sostituito la vecchia classe dirigente spartendosi il potere e gli introiti della svendita del patrimonio statale, monopolizzando i media privati, riproponendone la corruzione e l’attaccamento al potere. Le forze politiche internazionali che hanno sostenuto la rivoluzione, anche se in maniera principalmente indiretta, hanno guadagnato il controllo di una nazione strategica, quasi sottratta alla Russia, prontamente aggregata (come osservatore) alla NATO tanto da mandare soldati in Iraq, ed in odore di avvicinamento all’Unione Europea. E le forze economiche e finanziarie, anch’esse infiltrate in molte ong insospettabili, in cambio di un investimento comunque limitato, hanno avuto un paese da spolpare, con la svendita dell’industria e dell’economia statale ad aziende multinazionali, con l’apertura completa del mercato fino teoricamente ai servizi essenziali, con l’accettazione da parte del governo di forti prestiti da parte della Banca Mondiale: un debito estero che permetterà alla finanza internazionale di controllare, tramite il ricatto, l’agenda economica della nazione negli anni a venire.

 

La sovranità della Georgia è insomma stata sbriciolata, dallo stesso sistema mafioso internazionale di affari che ha appoggiato ed appoggia dittature e guerre a bassa intensità per garantirsi controllo geopolitico ed un ambiente favorevole agli affari. La Giorgia fa parte del nostro blocco, ma la vera democrazia, quella cioè che nasce e si sviluppa in un fermento popolare per tutelare gli interessi della collettività ed un reale benessere generalizzato, è comunque lontana.

 

Negli ultimi giorni la gente è scesa in piazza nuovamente, contro la casta che ha spinto al potere solo quattro anni fa, richiamata da un’opposizione variegata che va dai vecchi gruppi di potere alla frazione dei vecchi rivoluzionari filo occidentali estromessi dalla spartizione del bottino o, in forma minoritaria, realmente disgustati dalla deriva autoritaria e corrotta del nuovo corso. L’opposizione, organizzata in un’unica piattaforma, chiede ufficialmente elezioni, minori poteri per il presidente, forme consultive per la ratificazione dei trattati internazionali, occupazione, minore corruzione e una politica estera più bilanciata.

 

Il governo di Saakashvili, il filo occidentale tutore dei diritti umani accusato di corruzione, di incarcerazioni e tentati omicidi politici, di cattiva gestione economica più attenta ad accontentare i poteri forti piuttosto che a far ricadere il benessere sulla popolazione, ha fatto caricare i manifestanti mandando in ospedale 500 persone ed ha dichiarato lo stato di emergenza sospendendo i diritti di assemblea e di libera espressione.

 

I vecchi sostenitori, i cultori dei diritti dei popoli, non hanno generalmente parlato della vicenda, e mantengono online i vecchi documenti in cui esaltavano il volto buono di Saakashvili. Qualcuno, come Human Rights Watch, sta continuando a denunciare le violazioni, ma si tratta di una minoranza. Contemporaneamente Freedom House, USAID e altri si limitano alle schede ad aggiornamento periodico che raccontano ancora i miracoli del governo filooccidentale. Il movimento studentesco Kmara è sostanzialmente svaporato, assorbito nei gangli del potere o nelle organizzazioni che l’avevano creato pronto ad esportare nuove rivoluzioni svuotate.

 

Nessuno o quasi si occupa con genuino entusiasmo del popolo georgiano, gravemente disilluso, che ha ricevuto per l’ennesima volta il messaggio che il potere, da queste parti, è una cosa per pochi, ed è una difesa di interessi particolari anche se si presenta con le migliori promesse.

 

Unione Europea e Stati Uniti hanno detto di augurarsi che la questione possa essere risolta senza l’uso della forza. Forse Saakashvili sta esagerando, sta facendo troppo rumore. Ma la speranza è quella che tutto passi, che l’accusa di un complotto filo russo regga e la situazione possa tornare normale.

 

La loro speranza è quella che la macchina da consensi si possa rimettere in moto in vista delle prossime elezioni che il premier, dopo molte titubanze, ha indetto per gennaio. Che quei giovani, riescano nuovamente ad accendere la tristezza della popolazione per farsi rilanciare su quel trono di rappresentanza del mondo degli affari. E se non saranno loro, saranno altri: un’altra banda, fedele agli stessi principi.

 

L’instaurazione di un regime violento, che sconfigge e perseguita l’opposizione, non è in grado di ottenere l’adesione volontaria delle popolazioni, delle masse private della parola. L’opera di propaganda, di lavaggio del cervello, di controllo dei pensieri attraverso l’irruzione di modelli seduttivi e di istituzioni inattaccabili sotto il piano ideale, è invece così efficace da conquistare il supporto reale della popolazione coinvolgendola, facendola sentire parte di un processo di rinascita reale alla quale, in realtà, non ha partecipato se non in forma sostanzialmente passiva. E’ come se queste persone non avessero mai vissuto, rinchiusi nei loro serragli vetero comunisti, mentre fuori il progresso galoppava, il mondo si riconosceva nella sua evoluzione più naturale e se la spassava. Ora è facile, per l’occidente, conquistare queste genti anima e corpo, in maniera ancora più efficace dei vecchi regimi totalitari.

 

Questa stessa popolazione sarà posta poi di fronte ad un dibattito politico, a tribune televisive, a comizi. Ma sempre all’interno di confini stabiliti, non dalla legge, ma dai rigidi vincoli dell’unica ideologia rimasta, dalla cultura del “benessere occidentale”, dell’american way of life da raggiungere obbedendo alle istituzioni di credito internazionali (con i quali si creeranno linee di debito da saldare) ed alle agenzie di rating deputate a dare un voto all’operato economico, attraverso i loro parametri, che altro non sono se non espressione del mondo del capitale, e forma di controllo anche politica dell’elite occidentale. Il cui scopo, più che il benessere delle popolazioni, è quello di mantenere una posizione dominante e di ampliare il dominio commerciale sul globo.

 

I rivoluzionari parlavano di costruire la società civile, di seminare la cultura democratica, di risvegliare il coraggio e la dignità dei cittadini. Ma non si crea una vera cultura democratica, una vera società civile, quando ciò a cui si mira è semplicemente l’esportazione di una ricetta, di una cultura tout court, di un’impalcatura democratica e di un libero mercato all’occidentale nel quale il controllo dell’economia, e quindi del consenso e della politica, sia in mano agli istituti di credito ed alle grosse corporation internazionali.

 

Quando non si crea un movimento spontaneo di dialogo, di creazione di una prospettiva nuova, di riflessione critica, di reale partecipazione.

 

Quando l’obiettivo principale è l’esportazioni di quelle mille luci da guardare e desiderare, di quelle musiche e di quei miti del consumo che riescono ad anestetizzare gli uomini ad ogni latitudine, e che li trascinano in quell’occupazione a tempo pieno che è la ricerca di una parodia di felicità che è la felicità ebete di chi rifiuta le domande e le scelte: l’approdo dimenticato di ogni cultura filosofica ragionata.

 

Non si esporta cultura democratica quando si vende un prodotto già confezionato, completo, non migliorabile, garantito, reso smagliante da una creazione del consenso che sta raggiungendo livelli scientifici. Quando questo prodotto può funzionare addirittura meglio se la democrazia rimane su un piano formale, mentre nel palazzo imperversa la corruzione. Quando si travasa la cultura della creduloneria, quando si concentra nelle mani di pochi amici i mezzi di comunicazione dai quali dispensare disinformazione.

 

Qualche georgiano ha trovato ancora la forza di scendere in piazza, forse dietro alle promesse di qualche nuova o vecchia elite interessata alla sua fetta di potere. Qualche altro si sarà già rassegnato. Ma la breve ventata di democrazia non c’è comunque mai stata, anche se tra due mesi ci saranno nuove elezioni.

 

Nuove elezioni, e nuovi proiettili di gomma, che creeranno altre fette di torta, ma di sicuro non disturberanno gli affari.

 

Andrea Franzoni

 

(1)   Tra gli altri National Endowment for Democracy (NED), Einstein Institute, Freedom House, Open Society (George Soros foundation), USAID, National Democracy Institute (NDI).

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postato da: Mnz86 sabato, 10 novembre 2007 |
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giovedì, 08 novembre 2007

L’esercito regolare congolese si prepara all’offensiva militare contro i ribelli tutsi, già sottoposti alla pressione delle milizie hutu, peggiorando la crisi umanitaria e le violazioni dei diritti umani sulla scia di vecchi conflitti economici ed etnici.

 

La Repubblica Democratica del Congo scivola sempre più nel caos, con un intensificarsi degli scontri tra milizie e governo centrale nel ricco nord est del paese, provincia North Kivu, conteso tra milizie Tutsi (in guerra con gruppi Hutu) ed esercito regolare. La lotta per il potere e per la sopravvivenza tra bande, milizie e porzioni dell’esercito ufficiale, figlia della povertà endemica e dell’incapacità di reinserimento nella società pacifica delle milizie, pare destinata ad intensificarsi peggiorando le condizioni della popolazione. Il rischio, denunciano le agenzie umanitarie, è quello che la crisi umanitaria si diffonda nei paesi vicini, come l’Uganda, la cui frontiera è stata attraversata negli ultimi giorni da un’avanguardia di 13.000 profughi che sono stati accolti in un campo delle Nazioni Unite nei pressi di Kisoro.

 

Le milizie insorte del generale Nkunda, che detengono il controllo della regione nord orientale proclamandosi come garanti della popolazione di etnia Tutsi, non hanno accettato infatti il disarmo e la discussione dell’integrazione degli effettivi nell’esercito regolare. La popolazione di etnia Tutsi, la cui presenza è consistente proprio nella porzione della RDC (Repubblica Democratica del Congo) più ricca di materie prime preziose,  è stata infatti storicamente vittima di raid da parte sia delle milizie hutu, cacciate dal Rwanda e riorganizzatesi nei campi profughi congolesi, oltre che dallo stesso esercito regolare intenzionato dopo l'ammutinamento dell'ex generale Tutsi Nkunda, a riconquistare questa porzione di stato.

 

Tutte le forze in guerra, esercito regolare compreso, sarebbero colpevoli di gravissime violazioni dei diritti umani, omicidi, stupri, saccheggi, nonché dell’impiego di giovani adolescenti. Amnesty International ha definito recentemente le truppe governative come «agenti di tortura e morte» denunciando il clima di impunità diffusa, e l’isolamento di ampie porzioni della popolazione civile.

 

Vecchie ruggini. Nkunda, militare formatosi in Rwanda ed ordinato generale nel 2004 nel neonato esercito della Repubblica Democratica del Congo, si è staccato dall’esercito ufficiale insieme a seguaci di etnia tutsi conquistando la città di Bamoko a danno nelle truppe governative.

 

Il generale Nkunda, sul quale pende tra l’altro un mandato d’arresto internazionale per crimini contro l’umanità dovuto alle violenze consumate nella conquista di Bamoko, si è presentato sempre come garante della popolazione del North Kivu, soprattutto di etnia Tutsi, rigettando ogni legame con il Rwanda e rifiutando il riassorbimento nell'esercito regolare. Dalla sua roccaforte nel Nord Kivu Nkunda ha continuato a combattere con l’esercito nel tentativo di conquistare la capitale della regione Goma, guadagnandosi la posizione di nemico numero uno del governo centrale. Nel frattempo le milizie di Nkunda hanno anche partecipato alla guerriglia con le formazioni Hutu riorganizzatesi nei campi profughi dopo la guerra in Rwanda, a loro volta protagoniste di raid contro le popolazioni inermi nelle “terre di nessuno” ed in rapporti spesso ambigui con il governo di Kampala. Tra queste bande le più pericolose sono oggi l’FDLC (Forces Democratiques pour la Liberation du Congo) ed i “Mai Mai”, estremisti Hutu giudicati responsabili del massacro di 800.000 tutsi durante la guerra in Rwanda nel 1994, anche se la maggioranza degli effettivi sono troppo giovani per aver partecipato, se non per ricordare, gli orrori di una guerra costata 4 milioni di morti. 

 

Il governo centrale, dal canto suo, ha provato a percorrere la strada della diplomazia con le milizie, tentando nel frattempo di riprendere il controllo del territorio militarmente talvolta scontrandosi con entrambe, talvolta lasciando mano libera agli Hutu nelle violenze ai danni del nemico numero uno del momento, cioè la milizia tutsi del generale Nkunda. Dopo il mancato disarmo delle milizie di Nkunda, il presidente del Congo Kabila aveva dato il via libera all’esercito per un’offensiva militare più profonda, intimando nuovamente ai ribelli di deporre le armi entro la fine dell'anno.

 

Nella regione, a complicare il panorama delle forze in campo, sono dislocati anche 4.000 uomini dell’ONU, con compiti di aiuto logistico all’esercito governativo e di difesa teorica dei civili dalle violenze, in forza della quale avrebbero il diritto di aprire il fuoco.

 

Mentre le organizzazioni umanitarie denunciano profughi, grossolane violazioni dei diritti umani ed utilizzo di bambini soldato da parte di tutte le parti in causa governo compreso, aumenta perciò il timore di una resa dei conti. Il limite imposto dal governo per il cessate il fuoco e per l’inizio del dialogo con i ribelli, ai quali sarebbe stato proposto il reintegro nelle file dell’esercito ufficiale, è stato infatti rigettato dalle principali milizie. Le truppe ribelli del generale Nkunda, in particolare, hanno riaperto gli scontri ad agosto rompendo un vecchio cessate il fuoco che non aveva portato a nulla, e non paiono intenzionate a desistere.

 

Una nuova “coalizione dei volenterosi”. Secondo alcune organizzazioni non governative, il governo congolese starebbe utilizzando sempre più spesso le milizie hutu nel tentativo di sconfiggere le truppe del generale Nkunda, che conterebbe su 4.500 effettivi. In realtà il rapporto tra milizie Hutu, anch’esse irregolari, e governo congolese, sono storicamente ambigui: in alcune occasioni il governo si è scontrato con gli eredi delle bande che insanguinarono il Rwanda, altre volte ha beneficiato della loro collaborazione nella guerra ad un comune nemico. La priorità attuale del governo sembrerebbe la conquista delle aree sotto l’influenza di Nkunda e lo scioglimento delle sue milizie, piuttosto della difesa della popolazione civile o l’assistenza agli sfollati, che subirebbe violenze da parte dello stesso esercito regolare.

 

Nel frattempo il governo di Kabila sta perfezionando un accordo con il Dipartimento di Stato americano per l’addestramento di alcuni reparti dell’esercito congolese. «Non si tratta di nulla di nuovo – ha spiegato Samuel Brock, capo della diplomazia statunitense in Congo- ma questa volta la collaborazione sarà più intensa». Il sostegno militare americano al Congo, infatti, è radicato nel passato, ma mai l’addestramento era stato svolto da veterani ed istruttori americani sul territorio congolese. Timori sono stati espressi dagli attivisti per i diritti umani, che denunciano da tempo l’esercito locale come responsabile delle più sistematiche e violente violazioni dei diritti umani, tra cui il reclutamento di bambini.

 

Un Darfur silenzioso. Mentre si segnalano scontri con armi pesanti, i primi 13.000 profughi hanno neg